14 viaggio mese novembre 24 alaska

in Alaska. «La bicicletta è un catalizzatore di avventure meravigliose – confessa -. In bicicletta sei vulnerabile, senti il sole, il vento, la pioggia, tutto sulla pelle. Forse la gente che mi vede pensa che io sia matto, o disperato, e magari proprio per questo si creano interazioni interessanti». Come quando, in Patagonia, un signore gli diede ospitalità in una stalla per offrirgli riparo dal vento o quando dormì a casa di un gaucho che, l'indomani, gli insegnò a cucinare la "torta frita" mentre chiacchieravano e sorseggiavano "mate". «Per alcuni versi, lo considero un viaggio molto basilare, quasi primordiale, perché mi mostra la forza fondante che regola questo pianeta: la sopravvivenza. Ogni giorno devo trovare l'acqua per riempire la borraccia, un posto per accamparmi la notte – spiega -. Ci sono stati alcuni momenti duri, come quando mancavano solo 100 chilometri per El Calafate, ma il vento si è messo di traverso: in due ore ho percorso solo 11 chilometri, nonostante le gambe lavorassero sodo. Il vento mi ha ucciso e ha ridimensionato le mie velleità e i miei desideri. Se la natura dice che non vai, non vai e basta. La gente del posto, invece, mi ha sempre aiutato. Mentre ero sulle Ande, tra Cile e Argentina, per quattro giorni non ho incrociato anima viva, finché non ho incontrato dei poliziotti. Stavo per finire il cibo e loro mi hanno invitato a pranzo in caserma. Altre persone mi hanno aiutato ad asciugare i vestiti quando ero fradicio. Sto vivendo momenti di solidarietà impensabilinella mia vita di prima. Sono partito da meno di due mesi eppure mi sembra di esser stato via già un anno, perché ogni giorno è intenso e devo metterci tutto me stesso».